Rufus Wainwright è uno di quegli artisti che per qualche inspiegabile motivo ha raggiunto tardivamente la fama, nonostante il suo primo album sia stato prodotto nell’ormai lontano 1998, nonostante ci fossero tutti i presupposti, personali e famigliari, per una carriera sfolgorante e nonostante abbia sempre prodotto musica di altissima qualità.

Ha all’attivo ormai 5 album, numerosissime collaborazioni con artisti universalmente conosciuti, partecipazioni a colonne sonore di film hollywoodiani, ma chissà perché (o forse lo sappiamo) è un ancora sconosciuto ai più (soprattutto in Italia).

Nasce dalle parti di New York il 22 Luglio 1973 da madre canadese e padre americano, entrambi folk singers. Buon sangue non mente e mai proverbio fu più azzeccato: è difficile rintracciare un componente vivente della famiglia Wainwright che non sia musicista. Ma andiamo con ordine: il padre Loudon Wainwright III, affermato songwriter appartenente alla generazione di musicisti “pre-rock” o country-folk che dir si voglia; la madre, Kate McGarrigle  in coppia con la sorella Anna suona da una vita nel duo McGarrigle Sisters. La terza sorella McGarrigle, Jane, compone musica per film.
Rufus ha una sorella, Martha, che dopo averlo accompagnato per anni come vocalist, ha oggi una carriera solista. Ha anche una sorellastra, Lucy Roche Wainwright che canta, così come la madre, Suzy Roche, seconda moglie di Loudon Wainwright III.

I genitori sono ancora attivissimi, entrambi molto famosi nei loro paesi d’origine e molto meno fuori perché tanto strettamente legati alla tradizione musicale dei loro rispettivi paesi da essere poco esportabili. E forse anche per una loro personale scarsa predisposizione verso lo “stardom” e molto più inclini alla “qualità”.

Dopo la separazione dei genitori avvenuta due anni dopo il matrimonio, Rufus cresce a Montreal con la sorella, la madre e la zia, in un ambiente culturalmente fertilissimo, tradizionale e bohemien allo stesso tempo; studia pianoforte dall’età di sei anni e segue sul palco mamma e zia durante i concerti e sviluppando così una formidabile attitudine al palcoscenico.

A 14 anni si trasferisce a New York, dove il padre vive, e frequenta il Millbrook College. E’ il momento  delle decisioni: dall’accettazione definitiva della propria omosessualità alla certezza di volere un futuro a New York e di diventare famoso. E’ il momento, durissimo, della violenza sessuale subita e della conseguente paura dell’Aids; il momento dei contrasti con il padre che non lo accetta per quello che è.

Gli anni successivi sono un andirivieni tra Montréal e N.Y., alla ricerca del lavoro che non viene, del contratto che nessuno gli propone. Si esibisce nei locali underground ed inizia a tessere quella rete di relazioni e collaborazioni artistiche che in futuro si dimostreranno estremamente valide.

E’ nel 1998 che il padre, durante un party, riesce a far ascoltare la cassetta del primo album del figlio (che era già pronto dal ’94) ad un manager della Dreamwork. Da lì al contratto il passo è brevissimo e il primo disco di Rufus Wainwright, omonimo come tutte le opere prime, vede la luce e, per quanto acerbo, è già estremamente caratterizzato e personale. Le influenze ci sono, eccome, ma sono vaste e numerose e già si  coagulano in una forma assolutamente unica ed irripetibile. Pur ricevendo il plauso della critica canadese l’album non è un grosso exploit commerciale. Ma è pur sempre un inizio e permette a Rufus di racimolare i dollari necessari a trasferirsi in California, dove si trasferisce a casa di Cherry Vanilla, anziana ed eccentrica ex-donna di spettacolo oggi potente produttrice che diventa la sua “mamma californiana”. In California Rufus intraprende una intensa vita fatta di party, droghe, alcool e vita notturna senza soluzione di continuità che tuttavia non gli impedisce di produrre lo splendido secondo album, Poses, che avrà vita nel 2000 e che contiene alcune tra le più belle cose mai scritte da Rufus tra cui “Cigarettes and Chocolate Milk”  che parla dei suoi vizi: “sigarette, latte al cioccolato e altre cose di cui non è conveniente parlare”. Contiene anche una splendida versione di una canzone del padre, “One man guy”, perché il legame è forte tanto quanto l’astio che li divide ancora.

La produzione successiva è rappresentata da due album usciti in rapida successione “Want One” e “Want Two”, a testimonianza della sua incontenibile spinta creativa.

La lavorazione di Want One avviene a cavallo di un periodo di disintossicazione che l’autore trascorre in una clinica newyorkese dopo un “incidente di percorso” che lo aveva portato a perdere completamente la vista per diverse ore a causa di un’overdose di crystal meth. Narra la leggenda che fu Elton John a chiamarlo e convincerlo a farsi ricoverare nella clinica che aveva disintossicato anche lui.

L’anno successivo vede la pubblicazione di Want Two, seguito dal dvd “All I want”. L’album rappresenta l’opera finora più ambiziosa e più rappresentativa. Come il precedente pesca a piene mani nelle radici musicali e culturali di Rufus, vale a dire nell’opera lirica, nella musica classica, nella tradizione.

Nel 2007 viene pubblicato il suo quinto album, Release the Stars, il primo prodotto da Rufus stesso e registrato prevalentemente a Berlino, da dove prende atmosfere stranamente romantiche e molto europee.

A distanza di poche mesi abbiamo potuto gioire anche della pubblicazione di cd e dvd del suo concerto di Judy Garland.

Dare una definizione alla musica di Wainwright è estremamente difficile oltre che riduttivo perché, pur essendo pop, deriva da molteplici generi che pop non sono. A cominciare dal folk, dai canti tradizionali anglofoni e francofoni appresi dalla madre canadese; dal folk-country del padre; l’opera lirica, ed in particolare Giuseppe Verdi per cui nutre un’autentica passione; il pop orchestrale classico di Burt BacharachVan Dyke Parks e Randy Newman; la canzone d’autore del connazionale Leonard Cohen; il musical, il cabaret, senza dimenticare il jazz che gli ha trasmesso un certo modo di suonare il piano e di trascinare la voce in modo indolente, quando serve.

Cosa deve aspettarsi quindi chi si appresta ad ascoltare Wainwright per la prima volta? Direi una musica molto evocativa che è veramente in grado di trascinare l’ascoltatore in altri tempi ed altri luoghi. Un insieme multicolore di atmosfere e di stili musicali diversi ma perfettamente amalgamati in uno stile personalissimo ed inconfondibile che vanno dalla canzone leggera da musical al poppettone da classifica, dall’intimo ed emozionante voce e pianoforte all’orchestra iperarrangiata, da un intensissimo Agnus Dei cantato rigorosamente in latino ad un inno dissacrante ad un Messia Gay che viene crocefisso come Gesù…strumenti orientali ed elettronica, i Beatles  e la chitarra country, il tormento alla Jeff Buckley e l’autoironia, il sacro e il profano, tutto legato da un pianoforte strepitoso. Aspettatevi di passare dal crescendo psichedelico di Go or Go ahead a quella piccola vera opera d’arte che è Vibrate, composta come fosse una romanza lirica con tanto di pizzicato di violini.  In ogni caso, la musica di Wainwright è fatta di melodie straordinarie e  costruzioni armoniche complesse ed originali che testimoniano una capacità compositiva fuori dall’ordinario; se non è un genio, è sicuramente un talento assoluto e non a caso viene definito da Elton John come il più grande songwriter che ci sia in circolazione.

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